l’uomo senza braccia

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Quando la porta elettrica si è chiusa alle mie spalle
ho messo il pollice sul quadrato luminoso. A dirmi
di fare così era stata
una voce registrata. A quel punto,
mi ha detto di guardare nello schermo;
uno schermo grosso come un francobollo. Anche in questo caso
ho dimostrato la mia obbedienza –
ho guardato dentro a quel francobollo. La mia faccia
ne è emersa dopo poco, è venuta su, nel buio verde.
Quella non era la mia faccia; o forse, a guardarla bene
era proprio lei, però qualcosa ne era stato rimosso.
Anche l’amico che era con me ha dovuto seguire
le indicazioni della voce registrata. Gli annegati
increspano il pelo dell’acqua con il loro naso. Il loro naso
è una piccola vela. Quando ero bambino andavo
a pescare le larve delle libellule in una
larga fontana di cemento, nelle giornate
in cui cedono i rammendi delle nuvole
e su tutto si sparge la luce in una crema giallastra,
le piccole vele degli annegati disegnano le loro
lente traiettorie, sono i morti che si corteggiano tra loro.
Da bambino pescavo le larve delle libellule perché
volevo impedire la loro metamorfosi, volevo impedire
che volassero via, via, oltre agli alberi, lontano da me,
non avrebbero mai dovuto superare le recinzioni taglienti
e spingersi più in alto dei tralicci e delle chiome dell’albero
del tulipano. Mi sono avvicinato allo sportello, mentre
il mio amico se ne stava seduto in un angolo. C’era un poster,
alle sue spalle, e il poster ritraeva un prato verde dentifricio,
seduta sul prato c’era una famigliola, indossavano polo
azzurro confetto. Nelle mani, portate al cielo, stringevano
delle banconote, anche la più piccola, di quattro o cinque anni;
soldi e soldi sgualciti come fazzoletti usati. Tutti sorridevano,
nella foto, i più piccoli stavano in mezzo e i genitori,
i genitori stavano ai due lati, i sorrisi, a quel modo,
davano vita a un unico grande grande sorriso.
A quel punto è arrivato l’uomo senza braccia,
l’uomo senza braccia e senza mani. La prima porta scorrevole
si è aperta davanti a lui senza che vi fossero problemi e poi
si è richiusa alle sue spalle La voce registrata, a quel punto,
gli ha detto di fare quelle stesse cose che noi avevamo già fatto:
di mettere un dito sopra il quadrato luminoso ma lui
non aveva un dito da mettere sopra a quel quadrato.
Una delle sportelliste ha guardato in direzione dell’uomo
senza braccia e senza mani e poi ha guardato
la coda di gente che si stava formando. Ha sorriso
all’uomo d’affari che le stava davanti e gli ha chiesto
di scusarla, di darle un momento. La sportellista
si è alzata ed è andata là, dall’uomo chiuso tra una porta
e un’altra porta. Dall’uomo che non poteva obbedire.
Su, dico a lei, è già successo altre volte. Faccia
in fretta che ho da lavorare. Non so lei.
Faccia in fretta. Faccia così. Apra la bocca.
Tiri fuori la lingua, ci metta la lingua al posto
dell’indice. Lì, ci metta la lingua. Dove c’è la lucetta.
Va bene, vede – vede che è una cosa facile, ci riuscirebbe
anche un bambino. Faccia in fretta, che ho da lavorare.
Tanto lei, è quello che firma con la bocca, – e non c’è
alcun problema, basta essere pratici. A quel punto
anche la seconda porta si è aperta, e l’uomo
senza braccia e senza mani è arrivato in mezzo a noi.
Quando la sportellista è tornata al suo posto
si è scusata di averci fatto attendere. Abbiamo risposto
non c’è alcun problema. Il mio turno è arrivato
e ho fatto tutto quello che dovevo fare. Poi siamo usciti
e ci siamo fermati a fumare lì fuori, davanti alla porta
scorrevole, vicino a un vaso di fiori di plastica, dopo
poco è uscito anche l’uomo senza braccia e senza mani.
Si è infilato in quel vicolo, all’ombra di un glicine, laggiù,
dove si vede la trattoria dall’insegna gialla, sparendo.

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